domenica 19 febbraio 2017

Ensnared

Autrice: Rita Stradling
Lingua: inglese
Genere: retelling/ fantascienza / romance
Prima pubblicazione: dicembre 2017

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Ensnared è un retelling della fiaba della Bella e la Bestia ambientato in un mondo futuristico in cui robot più o meno antropomorfi fanno ormai parte della vita di tutti i giorni, essendo impiegati come poliziotti, autisti, infermieri e medici.

La "Bella" della storia è Alainn, una ventiquattrenne che vive con il padre e il fratello, entrambi programmatori e sviluppatori di automi. Per proteggere il genitore da una sicura detenzione, la ragazza si offre di raggiungere la "Bestia", ovvero il misterioso Mr Lorcann Garbhan, nella sua torre, e fingere di essere il robot che l'uomo aveva ordinato, ma che il padre non è riuscito ad ultimare.


Nella torre futuristica ma irreparabilmente isolata dal mondo esterno, Alainn troverà una realtà del tutto differente da quella che aveva immaginato, e ciò che temeva potesse essere una soffocante prigionia, si rivela una porta verso il suo lieto fine.
Ma un automa ormai più intelligente dei suoi creatori e capace di riprogrammarsi potrebbe avere un'idea molto diversa di quale sia la felicità per tutto il genere umano...

La Bella e la Bestia è una delle mie fiabe preferite, e naturalmente sono stata entusiasta di leggere in anteprima Ensnared, anche se l'ambientazione non mi aveva convinta del tutto, preferendo setting più "bucolici" o medievali.

Di sicuro la trama è originale, ma l'esecuzione lascia un po' a desiderare.
Tra i personaggi, l'unico che mi sia piaciuto è Lorcann, la Bestia destinata a vivere rinchiusa nella sua torre dalla maledizione degli abusi subiti nell'infanzia.
Ricchissimo e circondato da qualsiasi cosa di cui abbia bisogno, all'uomo manca ciò che desidera di più al mondo: un essere umano con cui riuscire ad interagire e costruire un rapporto basato su sentimenti veri.
Da qui l'idea di farsi costruire Rose, un automa dalle fattezze umane con cui esercitarsi, per poter poi riuscire a passare del tempo con una persona in carne ed ossa.


Alainn, che di Rose prende il posto, è una ragazza che si sente emarginata nella sua stessa casa per il suo essere intellettivamente "normale" rispetto al padre e al fratello, e che non dà molto valore alla sua vita, soprattutto a causa di una spaventosa esperienza di qualche anno prima.

Connor Murphy, il padre della protagonista, è un inventore con la dipendenza per il gioco d'azzardo, nonché un codardo, e l'ho disprezzato molto per le conseguenze che il suo egoismo ha sulla figlia.
Colby, il fratello di Alainn, benché alla fine della storia sia di aiuto, mi è sembrato comunque egoista almeno quanto il padre, e concentrato solo sui suoi obiettivi.

Gli altri personaggi sono alquanto inutili ai fini della storia; Greg, ad esempio, amico di Alainn e suo capo, pare messo lì giusto perché vi fosse qualcuno che ricordasse Gaston, mentre il lavoro da soccorritrice di montagna di Alainn, così slegato dal contesto, voleva forse essere un richiamo al suo amore per la natura - qualcosa di vivo, dunque -, o, quel che mi auguro, mostrare la differenza tra un mondo non ancora robotizzato e la città che ormai non può più fare a meno degli automi, ma che si rivela così un luogo freddo e privo di empatia.
Tra i robot, Rose è di sicuro da film horror: macchina in un certo modo senziente e molto più intelligente della gran parte degli esseri umani, riesce anche a porsi degli interrogativi etici, ma poi, prendendo come riferimento la moralità dei suoi creatori, sceglie di mettere la vita umana al secondo posto dopo i suoi scopi.
Le scimmiette sono carine ma, ancora, pensare che siano solo dei robot fa venire la pelle d'oca.

La scrittura è molto spigolosa, per niente elegante, e spesso Alainn rasenta il volgare, facendomi pensare più volte a lei come a uno scaricatore di porto, piuttosto che a una ragazza.
La storia tra lei e Lorcann è abbastanza appassionante, ma avrei preferito che l'autrice non indugiasse nelle descrizioni dei loro rapporti intimi. Sembra che ormai nessun romanzo moderno possa essere immune da contenuti maturi più o meno espliciti!


Non mi è piaciuto il background di Alainn: la sua esperienza passata è troppo terribile e violenta, e non è per nulla necessaria alla caratterizzazione del personaggio.

Pur essendo questo il racconto dell'incontro tra due persone spezzate e problematiche, Lorcann non ne esce "guarito": che riesca ad avere una relazione con Alainn e ad interagire - probabilmente solo virtualmente - con altre persone non basta, ed alla fine della storia ciò che mi ha fatto paura è stata proprio la prospettiva di una vita della protagonista con lui. Qui non si tratta di accettare l'altro ed amarlo così com'è, ma di chiudere gli occhi davanti a problemi gravissimi, e non fare nulla per cercare di risolverli.

L'ultima parte è stata molto noiosa, tutto avrebbe potuto risolversi in poche righe; il processo è stato ridicolo e ha quasi del tutto fatto fuori gli interrogativi sulla eventuale pericolosità di robot troppo umanizzati e intelligenti. Un monito, forse, per un futuro non troppo lontano.

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Trama: A Near Future Retelling of Beauty and the Beast.

Alainn’s father is not a bad man. He’s a genius and an inventor. When he’s hired to create the robot Rose, Alainn knows taking the money is a mistake. 

Rose acts like a human. She looks exactly like Alainn. But, something in her comes out wrong.

To save her father from a five year prison sentence, Alainn takes Rose’s place. She says goodbye to the sun and goes to live in a tower no human is allowed to enter. She becomes the prisoner of a man no human is allowed to see. 

Believing that a life of servitude lies ahead, Alainn finds a very different fate awaits her in the company of the strange, scarred recluse.

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Giudizio personale: 3/5

domenica 12 febbraio 2017

Charlotte Collins

Autrice: Jennifer Becton
Sottotitolo: A continuation of Jane Austen's Pride and Prejudice
Lingua: inglese
Genere: romance
Prima pubblicazione: settembre 2010

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Era da un po' che non leggevo variation austeniane, ed avevo dimenticato quanto potesse essere piacevole e divertente una storia ben scritta.

Charlotte Collins si presenta come un sequel di Orgoglio e pregiudizio incentrato appunto sul
personaggio secondario di Charlotte, che, oramai considerata senza speranze matrimoniali e un peso per la famiglia, nel romanzo originale sceglie di sposare il pomposo ed imbarazzante Mr Collins, sacrificando l'amore sull'altare della protezione e della sicurezza economica.
L'unico romanzo fino ad ora che mi sia capitato di leggere in cui Charlotte riesce a trovare un lieto fine con il marito è quello di Karen Aminadra; per tutti gli altri, evento fondamentale della storia è la morte del nostro caro curato, che lascia finalmente Charlotte libera dalla sua invadente e spiacevole presenza.

Charlotte Collins non è da meno; dopo la dipartita del coniuge, la protagonista riesce a sistemarsi in un cottage di proprietà di Lady Catherine, e gode finalmente di una libertà ed indipendenza mai provate prima.
A sconvolgere la sua nuova vita è l'arrivo della dolce ma superficiale sorella Maria, ansiosa di entrare in società e trovare un uomo di cui innamorarsi.
Charlotte si trova così a fare da chaperone alla vivace sorella minore, che, pur corteggiata da un vicino, perde la testa per Mr Westfield, un giovane americano desiderato da tutte le ragazze della cittadina. L'uomo è a sua volta accompagnato da uno zio, Mr Basford, che Charlotte, un po' richiamando la Elizabeth del romanzo originale, non esita a giudicare male sin dal primo incontro, a causa dei suoi modi poco British da rozzo d'oltreoceano.
A far nascere in lei la speranza di provare il vero amore è invece Mr Edginton, che la segue fino a Londra per approfondire la conoscenza reciproca.
Ma, come in tutte le storie del genere, le cose possono rivelarsi ben diverse da quel che sembrano...

Il romanzo mi è piaciuto molto soprattutto nella sua prima parte, ho trovato Charlotte e in particolare Maria molto in linea con i personaggi originali; numerose scene sono state divertenti, ed è stato molto gradevole immergersi in una piccola cittadina inglese con tutto il suo corredo di balli, pettegolezzi e buon maniere, ma anche con il suo carico di pregiudizi e condanne.


Ho apprezzato molto il fatto che l'autrice si sia soffermata sulla condizione della donna ai tempi della Reggenza: Mrs Eff, ad esempio, è una vedova come Charlotte, ma, non essendo stata fortunata e lungimirante come lei, si ritrova, dopo la morte del marito, a dover diventare una serva per sopravvivere; la stessa Charlotte, dopo uno scandalo che la vede protagonista, purché incolpevole, pensa di percorrere la stessa strada, trovandosi costretta ad abbandonare il suo amato cottage e la cittadina che ormai considera casa sua; ancora, Maria, per aver rifiutato una proposta di matrimonio, è bandita dalla sua cerchia di amicizie e si vede spinta ad una vacanza forzata a Londra affinché, con il tempo, un altro pettegolezzo concentri le attenzioni della gente su un soggetto diverso.

Un altro punto interessante è il risveglio sentimentale di Charlotte: da donna pratica e piuttosto cinica e disillusa nei confronti dell'amore, ella, anche grazie agli esempi di Elizabeth e Jane, comincia a credere che la felicità nel matrimonio sia possibile, e che lei stessa possa provare, un giorno, la gioia di amare ed essere amata. Ne risulta una Charlotte molto tenera, per cui non si può fare a meno di fare il tifo.


Naturalmente, come è ovvio, il suo lieto fine arriverà, ma solo dopo una disavventura piuttosto pericolosa e che rischia di uccidere definitivamente in lei la speranza e la fiducia negli uomini.
E' proprio questa la parte della storia che mi ha convinto meno: ho trovato il ricatto ai danni della protagonista troppo violento e crudele; probabilmente si tratta di situazioni che potevano verificarsi nella realtà del tempo, ma che di sicuro Jane Austen non avrebbe mai inserito in uno dei suoi romanzi.
Nonostante ciò, ho trovato Charlotte Collins una storia veramente godibile, con il pregio di far riflettere e, perché no, far nascere o rafforzare la speranza nell'amore.

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Trama: When Charlotte Lucas married Mr. Collins in Jane Austen's Pride and Prejudice, she believed herself to be fortunate indeed. Her nuptials gained her a comfortable home and financial security. If she acquired these things at the expense of true love, it did not matter one whit. To Charlotte, love in marriage was nothing more than a pleasant coincidence. As the years of her marriage dragged by, Charlotte began to question her idea of love as she suffered continual embarrassment at her husband's simpering and fawning manners. When Mr. Collins dies, finally relieving everyone of his tedious conversation, she must work feverishly to secure her income and home. She gives no further thought to the possibility of love until her flighty sister Maria begs her to act as her chaperone in place of their ailing parents. Hoping to prevent Maria from also entering an unhappy union, Charlotte agrees, and they are quickly thrust into a world of country dances, dinner parties, and marriageable gentlemen. While attending the Westerham winter ball, Maria dances with her bumbling friend Mr. Card, while Charlotte has a flirtatious conversation with Mr. Edgington, a relative of her proprietress Lady Catherine de Bourgh. Charlotte and Maria also become acquainted with Mr. Westfield, a polished American gentleman, and his chaperone, the somewhat disheveled Mr. Basford. Charlotte experiences both hope and dread when she observes the tender glances that pass between Maria and Mr. Westfield. But when an unprincipled gentleman compromises Charlotte's reputation, her romantic thoughts disappear at the prospect of losing her independence. As she struggles to extricate herself from her slander, her situation reveals both the nature of each gentleman and of true love.

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Giudizio personale: 4/5

domenica 5 febbraio 2017

I grandi miti greci

Autore: Luciano De Crescenzo
Sottotitolo: Gli dei, gli eroi, gli amori, le guerre
Lingua: italiano
Genere: saggistica
Prima pubblicazione: 1999

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I miti greci mi hanno sempre affascinato,e cercavo da tempo un compendio che potesse colmare le mie lacune in materia.
Pur preferendo di solito saggi "seri", ho voluto per una volta optare per qualcosa di più leggero, e il libro di Luciano De Crescenzo mi è sembrato un buon compromesso.

Il volume si compone di quattro parti; la prima, I miti dell'amore, si apre con alcuni estratti dell'Ars amatoria di Ovidio, scelta che ho trovato opinabile, in quanto l'opera non tratta affatto di miti, né tanto meno può essere considerata uno specchio della società - romana, per altro - del tempo, ma piuttosto un'opera provocatoria.


I miti trattati in questa sezione sono vari, dai più conosciuti, come Narciso e Ulisse, ai meno famosi, come Er e Protesilao; ampio spazio è dedicato alla Favola di Amore e Psiche.

La seconda parte, I miti degli eroi, si focalizza appunto sulla figura dell'eroe, trattando degli Argonauti, di Eracle, Minosse e "compagnia bella".

Protagonisti della terza sezione, I miti degli Dei, sono invece i "famosi" dei dell'Olimpo, come Zeus, Era, Artemide, e le loro vicende.


A I miti della guerra di Troia è dedicata l'ultima parte, piuttosto ampia.

Il saggio è tutto sommato interessante, ma vi sono alcune ripetizioni (ad esempio, il mito di Eracle) e, pur aspettandomi una certa leggerezza nella trattazione, spesso mi ha dato fastidio il tono troppo scanzonato e giocoso dell'autore.

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Quarta di copertina: Si può raccontare un mito nato migliaia di anni fa rendendolo divertente e interessante per il lettore del Duemila? Si può eccome, soprattutto se a farlo è Luciano De Crescenzo, con la sua inconfondibile grazia e ironia. In questo libro l'ingegnere-filosofo torna alla terra e all'epoca che più ama, l'antichità greca, per narrarci storie immortali che parlano di dèi, eroi, ninfe, sirene, ma anche di uomini comuni con le loro grandezze e le loro miserie. Celebri e commoventi vicende d'amore, imprese avventurose, imprevedibili metamorfosi, eroiche epopee. Da Ulisse a Narciso, da Zeus a Dafne, Luciano De Crescenzo traccia così, novello Omero, un affresco vivo e partecipe di un patrimonio di leggende unico al mondo.

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Giudizio personale: 3/5

domenica 15 gennaio 2017

Shirley

Autrice: Charlotte Bronte
Lingua: italiano
Genere: romanzo sociale
Prima pubblicazione: 1849

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Shirley è il romanzo di Charlotte Bronte pubblicato successivamente a Jane Eyre, nel 1849. Durante la stesura, l'autrice perse il fratello Branwell e le due sorelle rimastele, Anne - autrice di Agnes Grey - ed Emily - autrice di Cime tempestose -, a cui pare siano ispirati rispettivamente i personaggi di Caroline e Shirley.
Molto probabilmente tali lutti influenzarono Charlotte durante la stesura del romanzo, che si presenta come ammantato da un velo di opprimente malinconia, ed in cui sembra che la speranza non riesca a brillare nemmeno durante gli eventi più lieti.

Dopo aver riletto e riscoperto Jane Eyre, ero molto curiosa riguardo a questo romanzo, che però purtroppo ho trovato piuttosto noioso e non molto piacevole.
La prima parte è dedicata alla descrizione di tre giovani curati alquanto sgradevoli, ed il tutto risulta molto tedioso e prolisso.
Le digressioni in generale appesantiscono tutto il romanzo, così come il continuo rivolgersi ai lettori della voce narrante.

Il personaggio il cui nome dà il titolo al romanzo, Shirley, compare a circa un terzo della storia. Inizialmente mi è piaciuto molto: si tratta di una giovane donna che ha ereditato una grossa fortuna, tra cui un opificio, e che non permette a nessuno di controllare i suoi possedimenti, facendo valere le proprie opinioni e il proprio volere in una società maschilista caratterizzata da una visione piuttosto limitata e gretta della donna.

La condizione femminile è infatti uno dei temi principali del romanzo. Molto spesso mi ha fatto arrabbiare il modo in cui i personaggi maschili parlano delle donne, ritenendole incapaci di pensiero ed azione, ed adatte solo alle faccende di casa, al ricamo e ad essere mogli ubbidienti e madri perfette.
Shirley, con il suo modo di fare e le sue parole, dà probabilmente voce all'autrice stessa, denunciando la situazione opprimente delle donne e tentando di squarciare quel velo di sessismo che soffocava - soffoca? -la parte femminile della società.
Ella, infatti, tiene testa a tutti gli uomini che vorrebbero manipolarla e rifiuta che altri scelgano chi debba sposare.
Tuttavia, a mano a mano mi è sembrata sempre più volubile ed immatura, e la sua scelta di condividere la propria vita con qualcuno che la "domasse" l'ha un po' riportata tra i ranghi delle signorine per bene dell'epoca (anche se poi il suo cedere ogni potere decisionale al marito si è dimostrato frutto di ragionamento e calcolo, piuttosto che di indolenza e fragilità).

L'altro personaggio femminile di spicco, quasi una co-protagonista di Shirley, è Caroline. Credo che
sarebbe stata la mia preferita se avessi letto il romanzo da adolescente; si tratta infatti di una ragazza timida, sensibile, alla chiara ricerca di quell'affetto che né i genitori assenti né il burbero zio hanno saputo darle.
Tuttavia, a ben guardare, anche Caroline è un personaggio molto più profondo di quel che sembri. Anche lei soffre profondamente per le limitazioni del suo sesso, vorrebbe andar via e lavorare, ma nessuno, nemmeno la sua cara amica Shirley, comprende il suo bisogno di tenersi occupata. Tutti credono che le basti semplicemente fare lunghe passeggiate, prendere il tè con dei conoscenti e ricamare, per diventare la fanciulla più felice del mondo.
Inoltre l'ho apprezzata molto quando è riuscita a tener testa alla dura Mrs Yorke (chiaro esempio di come le donne siano le peggiori nemiche delle altre donne), o quando non si è tirata indietro nel seguire Shirley alla fabbrica, andando incontro a pericoli e difficoltà.
Eppure, quel suo ammalarsi d'amore e quasi morirne l'ha riportata tra tutte quelle fragili eroine incapaci di vivere senza un uomo, o di trovare un senso alla propria esistenza al di fuori della vita matrimoniale.

Oltre a Caroline e Shirley, tantissimi altri personaggi popolano il romanzo, permettendo all'autrice di mostrarci un'istantanea della popolazione dello Yorkshire dei primi decenni dell'Ottocento.
Grazie ad essi, è possibile apprezzare lo smisurato talento di Charlotte Bronte nel penetrare l'animo umano e descrivere personaggi realistici, quasi palpabili e con caratteristiche peculiari.
Ciò è palese nella descrizione della famiglia Yorke e soprattutto della matrona.

Tra i personaggi maschili, di sicuro il più importante è Robert Moore, interesse amoroso - nonché cugino - di Caroline, imprenditore indebitato e fervente fautore della meccanizzazione. E' proprio sopratutto grazie a lui se il romanzo può focalizzarsi sulle conseguenze economiche delle guerre napoleoniche e aprire una finestra sul luddismo.


Robert non è di sicuro un eroe al pari di Rochester, è invece freddo, duro, calcolatore, tutto preso dalla sua azienda; il cambiamento avverrà solo alla fine, quando un pericolo mortale gli farà rivalutare le sue priorità (e quando, aggiungerei, si sentirà ormai al sicuro dalla bancarotta). Nonostante ciò, è un personaggio che non è riuscito a piacermi nemmeno per un attimo.
Molto diverso il fratello Louis, precettore, sensibile, ma comunque con il suo ideale di donna da "addomesticare".
Ancora, da menzionare il duro ma sensibile Mr Helstone, zio di Caroline, o il buon reverendo Hall, e tutto il pantheon di personaggi ricchi e poveri che popolano il racconto, come Hortense, le zitelle, gli operai, Martin...
Riguardo a Mrs Pryor, inizialmente l'ho trovata interessante, ma, in seguito, il fatto che si rivelasse parente di uno dei personaggi mi è sembrato forzato come la parentela tra Jane Eyre e i Rivers.

Il finale mi è parso, se non scontato, quanto meno poco emozionante. Mi aspettavo la morte di uno dei personaggi a cui, pare, la scrittrice avesse pensato, cambiando però idea dopo la scomparsa della sorella Anne.


Curiosità: ai tempi della prima pubblicazione il romanzo ebbe così tanto successo che Shirley, nome fino ad allora maschile, divenne per lo più femminile. Inoltre, il nome da nubile di Mrs Pyor è Agnes Grey, come quello della protagonista del romanzo di Anne Bronte.

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Trama: Yorkshire, inizio Ottocento. Shirley, giovane donna ricca e caparbia, si trasferisce nel villaggio in cui ha ereditato un vasto terreno, una casa e la comproprietà di una fabbrica. Presto fa amicizia con Caroline, orfana e nullatenente, praticamente il suo opposto. Caroline è innamorata di Robert Moore, imprenditore sommerso dai debiti, spietato con i dipendenti e determinato a ristabilire l’onore e la ricchezza della sua famiglia, minati da anni di cattiva gestione. Pur invaghito a sua volta della dolce Caroline, Robert è conscio di non poterla prendere in moglie: la ragazza è povera, e lui non può permettersi di sposarsi solo per amore. Così, mentre da una parte Caroline cerca di reprimere i suoi sentimenti per Robert – convinta che non sarà mai ricambiata –, dall’altra Shirley e il suo terreno allettano tutti gli scapoli della zona. Ma l’ereditiera prova attrazione per un insospettabile…
Shirley si inserisce nel grande filone del romanzo sociale inglese di inizio Ottocento: i suoi personaggi vivono gli avvenimenti storici dell’epoca – le guerre napoleoniche e le lotte luddiste –, facendo i conti con le contraddizioni del progresso industriale e offrendo spunti di riflessione sul lavoro, sul matrimonio e sulla condizione della donna.

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Giudizio personale: 3/5

sabato 7 gennaio 2017

Jane Eyre

Autrice: Charlotte Bronte
Lingua: italiano
Genere: classico / romance / romanzo sociale / romanzo di formazione
Prima pubblicazione: 1847

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Jane Eyre è uno di quei romanzi che ho letto innumerevoli volte da piccola. Allora non era uno dei miei favoriti - gli preferivo di gran lunga Il ritratto di Dorian Gray - e gli eventi che più colpivano la mia fantasia erano quelli ambientati a Gateshead e Lowood.         Rileggere il romanzo è stata una vera e propria riscoperta; mi è piaciuto tantissimo (a parte qualche forzatura, come la parentela con i Rivers) e soprattutto ho apprezzato molto la protagonista Jane, un'eroina appassionata, affamata di vita e insofferente alla staticità e alla vita "tranquilla" tanto agognata da molti.

Le descrizioni di luoghi e caratteri sono così vivide e chiare che, nel primo caso, palazzi si ergono solidi e paesaggi si estendono palpitanti davanti agli occhi del lettore, nel secondo ci si meraviglia di come una penna possa penetrare così profondamente l'animo umano (caratteristica, questa, secondo me ancora più lampante in Shirley).


La storia di Jane prevede varie "tappe", per ognuna delle quali è determinante un caratteristico luogo: 



- Gateshead è il primo posto significativo del romanzo, che contiene già nel suo nome, "gates", "cancelli", il senso di prigionia e di oppressione che la piccola protagonista prova nella casa di uno zio morto troppo presto e di una zia fermamente decisa ad esserle ostile. In quel luogo la piccola resta fino ai dieci anni, maltrattata psicologicamente e fisicamente da tutti i membri della famiglia e dalla servitù, eccetto qualche sporadica manifestazione di affetto dalla bambinaia Bessie.

A raccontare è la stessa Jane, e, mentre ho provato pietà e simpatia nei confronti della piccola, qualcosa nel tono della protagonista narratrice ormai adulta mi ha invece infastidito.

Ricordo che anche da ragazzina non mi piaceva la parte iniziale del racconto, ambientata a Gateshead e poi a Lowood, per quell'immane senso di ingiustizia che si respira e quella incredibile crudeltà di cui possono essere capaci gli adulti nei confronti di creature così inermi e bisognose di affetto come i bambini.
Ma anche da piccola Jane dimostra tutto il suo acume e la sua passionalità. Adoro le risposte che dà al farmacista prima e al signor Brocklehurst poi, in cui rivela anche tutta la sua ingenuità di bambina e il suo desiderio di affetto. E' però nel suo confronto con la zia Reed che vediamo davvero divampare le fiamme del suo animo, in una delle scene più belle e soddisfacenti del romanzo.
In questa prima parte, inoltre, si pone molto l'accento sulla mancanza di bellezza della piccola Jane, che, se fosse stata più graziosa, probabilmente sarebbe stata trattata meglio. E' un concetto ripetuto più volte, e fa riflettere sul pregiudizio e sull'importanza che l'aspetto fisico aveva già nel XIX secolo.



- Lowood ("low", "basso"), è il secondo luogo significativo per Jane Eyre, quella scuola tanto agognata, che le dà la speranza di trovare un posto migliore dopo Gateshead. Questa è la parte della storia che più colpiva la mia immaginazione da piccola, tanto che avevo del tutto dimenticato ciò che di buono comunque la protagonista trova nella sua nuova casa, tutto spazzato via da capelli da tagliare perché troppo ricci e lunghi e da cibo scarso e aria malsana.
Lowood ci mostra ancora una volta la malvagità e l'ipocrisia degli uomini, in primis quelle del signor Brocklehurst, che riversa tutto il suo sadismo su bambine inermi e abbandonate, mentre palesemente, nella sua casa e all'interno della sua famiglia, le regole tanto sbandierate nella scuola non trovano alcuna applicazione. Tuttavia, per fortuna, l'universo degli adulti non è fatto solo di malvagità ed incoerenze: a Lowood Jane incontra infatti anche la sovrintendente Miss Temple, vera e propria luce in un luogo che altrimenti sarebbe stato fagocitato dall'oscurità. Ed inoltre la piccola protagonista conosce finalmente l'affetto e la complicità delle sue coetanee, in particolare quelli di Helen, uno dei personaggi più commoventi che abbia mai incontrato in un romanzo.

E' facile scorgere nella vicenda, quella personale di Charlotte Bronte, la morte delle due sorelline maggiori in una scuola che, probabilmente, non doveva essere molto diversa da Lowood.
Anche di fronte a mille avversità, Jane - e forse Charlotte stessa - non si fa piegare: rieccola, a soli diciotto anni, affamata del mondo e della vita, trascinata da quel fuoco che non ha mai abbandonato la sua anima, nella nuova pagina della sua storia:



- Thornfield ("thorns", "spine"), la dimora di proprietà di quel signor Rochester che le cambierà la vita.
E' questa la parte più lunga e bella del romanzo, che prevede anche una sortita a Gateshead che chiude il cerchio di quella parte della storia (mi sarei aspettata un destino peggiore per le cugine Reed, ma la Bronte è stata piuttosto buona con loro).

Qui, a mio parere, le descrizioni raggiungono il loro massimo in quanto a bellezza e plasticità; a tal proposito, l'autrice è molto brava a mostrarci una Thornfield quasi perennemente in penombra, che si riempie poi di vita e di luce in occasione dell'arrivo degli ospiti del signor Rochester (sembrava quasi di essere in un altro romanzo), per poi trasformarsi, alla fine, in una rovina grigia e arida.

Per quanto riguarda il protagonista maschile, il signor Rochester, è stato una bella sorpresa: ricordavo un personaggio piuttosto burbero ed anche violento, che non avrei mai potuto considerare piacevole. ed invece ho riscoperto una figura molto umana, capace di smisurato amore e tenerezza, forte e orgogliosa, pur se con alcuni eccessi verbali che non gradisco mai.
La sua storia con Jane è a tratti molto dolce; i suoi sentimenti lo rendono vulnerabile e fragile di fronte al suo "elfo" piccolo e pallido.

Una delle scene più belle è probabilmente quella che si svolge subito dopo lo scongiurato incendio nella camera da letto del signor Rochester, il quale si trova messo a nudo sentimentalmente dinanzi alla sua salvatrice e non vorrebbe più lasciarla andare.
Jane, dal canto suo, una volta liberatasi della disciplina di Lowood, può finalmente esprimere di nuovo se stessa, con tutta la sua passionalità e caparbietà, il suo carattere risoluto e anche ingenuamente impertinente.



- La parte che concerne Withcross ("cross", "incrocio") e Marsh End ("end", fine") è invece, secondo me, quella più brutta e meno riuscita.
L'inizio è penoso come nemmeno gli eventi di Gateshead e Lowood hanno saputo essere, e c'è una casualità troppo forzata nell'arrivo di Jane proprio a Moor House (anche se, il fatto che la protagonista abbia preso quella strada solo perché in ombra, rispetto alle altre assolate, quasi giustifica il tutto).

Il personaggio di St. John non mi è piaciuto per niente. Da tutti considerato un brav'uomo, puro, addirittura, mi è sembrato invece solo pieno di sé, presuntuoso, dal linguaggio apparentemente forbito, ma per lo più vacuo e tronfio.
Interessante è il suo rapporto con Jane, che mi sembra quanto mai attuale. L'uomo, infatti, ha un carattere coercitivo ed esigente e Jane, pur avendo dimostrato più volte di essere forte e risoluta, si ritrova schiacciata dalla sua personalità e sottomessa a tutti i suoi comandi. Almeno fino a quando non prende coscienza del fatto che con lui non potrà mai più essere se stessa, non potrà mai più ridere, né amare, né pensare, probabilmente. In tal modo St. John è portatore di una violenza diversa e ben peggiore di quella del signor Rochester, ed è stato molto penoso leggere le scene di dialogo che lo vedevano protagonista. Egli vuole da Jane una "sottomissione totale". L'ho trovato odioso, e mi è spiaciuto che alla fine si sia dato così tanto spazio al suo personaggio.
Eppure probabilmente è proprio lui a "risvegliare" la vera Jane, e a darle quella spinta e quelle motivazioni che le permetteranno di cercare Rochester.



- Le scene a Ferndean ("ferns", "felci") sono alcune tra le più belle. Ho adorato l'incontro tra i protagonisti, la presentazione del "nuovo" Rochester, il rapporto tra i due, e mi hanno fatto spesso sorridere le irriverenti risposte di Jane (soprattutto quel suo "Perché ci sto comoda").

Un finale lieto non era del tutto scontato per una storia del genere, ma, per quanto mi riguarda, è del tutto benvenuto.

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Quarta di copertina: Jane Eyre è il capolavoro di Charlotte Brontë, l’affresco vivissimo di un’epoca e di una società, la storia di una proposta d’amore inaccettabile dal punto di vista della morale corrente ma che innesca il tormento della passione e la conseguente repressione. Potente figura femminile, l’eroina del romanzo ha ispirato numerose versioni cinematografiche. Cenerentola priva del candore della fiaba, Jane è la piccola governante che affascina e poi sposa il suo padrone, né bella né attraente secondo i canoni ottocenteschi della femminilità, forse ignara delle arti sottili della seduzione, ma animata da una volontà incrollabile che travolge ogni ostacolo e la preserva immune dalle tentazioni disseminate sull’aspro cammino che conduce alla realizzazione di sé come donna.

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Giudizio personale: 5/5

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Una delle prime trasposizioni cinematografiche di Jane Eyre in sonoro è del 1943. La regia fu affidata a Robert Stevenson, e tra gli sceneggiatori spicca il nome di Aldous Huxley. 
Oggi fa sorridere il titolo scelto per la versione italiana, "La porta proibita", così come gli adattamenti dei nomi dei personaggi, tra tutti, "il signor Eduardo della Romita" per Edward Rochester di Thornfield.

La pellicola ha tutto il fascino dei vecchi film in bianco e nero, e all'inizio mi è piaciuto molto: pur con alcune differenze rispetto alla storia originale, sembrava comunque saper cogliere l'essenza del romanzo.


Le bambine che vi recitano sono tutte molto brave; si riconosce una giovanissima Elizabeth Taylor nel ruolo di Helen, mentre la piccola Margaret O'Brien è un'adorabile Adele.


Col proseguire della storia, però, il mio entusiasmo è andato sempre più scemando, soprattutto a causa dei due protagonisti e della loro relazione.

Jane, interpretata da Joan Fontaine, non ha quasi nulla del personaggio di Charlotte Bronte: non ha passionalità né schiettezza, ed è fin troppo languida e svenevole.
Il signor Rochester, a cui presta il volto Orson Wells, con le sue entrate a effetto mi faceva pensare a un moderno super eroe, e sono state stressate troppo tutte le caratteristiche più dure del suo carattere, lasciando ben poco spazio alla tenerezza.



La storia tra i due, infine, non è riuscita ad appassionarmi nemmeno un po', nasce quasi all'improvviso, e mentre lei non fa altro che guardare di continuo lui con i suoi occhi languidi, da parte di Eduardo non mi sembra ci sia nulla, a parte le parole, a testimoniare il suo grande amore.

Alla storia mancano tutti gli eventi di Marsh End, compresa la questione dell'eredità, immagino per esigenze di tempo.
Il finale è abbastanza insipido.

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Nel 2006 la BBC ha trasposto in una miniserie di 4 episodi il romanzo di Charlotte Bronte, con l'omonimo titolo Jane Eyre.
Ero molto impaziente di guardare questa produzione, che però, purtroppo, non mi è piaciuta.

Per quanto riguarda il cast, ho apprezzato solo la scelta di Ruth Wilson quale protagonista, l'ho trovata molto amabile e adatta alla parte. L'attrice che interpreta Jane da piccola, invece, non è per niente esile, pallida o brutta, come avrebbe dovuto essere, ma si tratta piuttosto di una bella bambina robusta. Parimenti, mi aspettavo un Rochester meno avvenente e giovane: Toby Stephens, che lo interpreta, non è per niente brutto, e non sembra affatto avere vent'anni più della sua coprotagonista.

Georgie Henley (Jane bambina) - Christina Cole (Blanche) - Cosima Littlewood (Adele)
Ancora, la bambina che interpreta Adele è troppo grande per il ruolo; Christina Cole, perfetta nei panni di Augusta Elton in Emma, è una Blanche sì bella, ma il suo aspetto e i suoi modi stressano troppo il fatto che non si tratti di un personaggio "buono", cosa che invece lo spettatore, secondo me, avrebbe dovuto capire dalle sue azioni. Infine, Claudia Coulter è una Bertha per niente scarmigliata e, a prima vista, nemmeno folle, mentre il personaggio della signora Fairfax è troppo spigoloso e per nulla materno.

La storia procede troppo spedita, le scene ambientate a Gateshead e Lowood occupano solo i primi 15 minuti, forse perché si aveva fretta di inserire quanto prima il personaggio del signor Rochester e catturare l'attenzione degli spettatori che non avevano familiarità con il romanzo.
A questo proposito, mi piacerebbe conoscere l'opinione di questa fetta di pubblico, perché ho avuto l'impressione che la storia, così come è costruita, possa almeno in alcuni punti risultare non molto chiara a chi non la conosce.
Una scena che mi è piaciuta molto, però, è stata quella in cui Rochester dà dei soldi a Jane prima della partenza di questa per Gateshead. E' stata molto aderente al romanzo e i due protagonisti sono stati molto dolci.
Vi sono anche delle scene romantiche tra i due, alcune non presenti nella storia originale, ma non per questo sgradevoli.


La parte della storia ambientata a Marsh End è la peggiore. I personaggi di Diana e Mary sembrano due svampite, Andrew Buchan, che interpreta St. John, non è affatto un Apollo greco, e non credo che il suo personaggio sia così odioso come appare nel romanzo; Georgia King, ovvero Rosamond Oliver, non si avvicina nemmeno alla bellezza che avrebbe dovuto essere.

A mio parere l'episodio più bello è stato il terzo, il peggiore, invece, il quarto.
Una trasposizione abbastanza deludente, quindi, che credo non guarderò una seconda volta, anche se alla fine non si può fare a meno di affezionarsi ai protagonisti.

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L'ultima trasposizione in ordine di tempo è quella risalente al 2011, con Mia Wasikowska nel ruolo di Jane e Michael Fassbender in quello di Mr Rochester.
E' sicuramente una produzione di tutto rispetto, e mi è piaciuto molto il fatto di cominciare a raccontare la storia partendo dalla fuga di Jane da Thornfield, includendo così Withcross e Marsh End, per poi andare a ritroso nel tempo.
Ho apprezzato anche il fatto che non si facesse cenno della parentela con i Rivers, coincidenza che oggi può risultare abbastanza tirata per i capelli.
Mia Wasikowska è una Jane abbastanza bruttina, ma, ancora, il suo personaggio non è Jane Eyre, o, almeno, non lo è del tutto. Questa Jane è cupa, malinconica, non ha nulla della ingenua sfrontatezza del personaggio originale, né della sua passionalità. Dove sono finiti i suoi irriverenti scambi di battute con Rochester?
Inoltre, anche la storia d'amore non è per niente coinvolgente, anzi, a tratti non sembra nemmeno una storia d'amore.
Di sicuro un film da vedere per i suoi innumerevoli pregi - regia, fotografia, Judi Dench nel ruolo di Mrs Fairfax -, ma che non mi ha soddisfatto appieno.


venerdì 6 gennaio 2017

Aggiornamenti



Aggiunte opinioni sul lungometraggio La regina delle nevi, tratto dall'omonima fiaba di H.C. Andersen.

martedì 27 dicembre 2016

Twelve days of Christmas

Autrice: Jennifer Lang
Sottotitolo: Darcy and Elizabeth What if? #5
Lingua: inglese
Genere: romance / natalizio
Prima pubblicazione: ottobre 2014

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Twelve days of Christmas è una variation natalizia di Orgoglio e Pregiudizio.
In essa l'autrice immagina che Lizzy, dopo cinque terribili anni di matrimonio con Wickham, scappi con il suo bambino ad Hunsford, speranzosa di trovarvi Charlotte e di ricevervi aiuto ed amicizia.
Una volta accortasi che la canonica è invece disabitata, vi si stabilisce temporaneamente con il suo piccolo.


Darcy, nel frattempo rimasto vedovo di Anne, notati degli inaspettati inquilini, decide di aiutarli lasciando ogni mattina sulla soglia un cesto, il cui contenuto si ispira alla famosa canzone natalizia inglese "Twelve days of Christmas", che dà il titolo alla storia.
Solo dopo qualche giorno si renderà conto che la misteriosa donna è in realtà quella Elizabeth di Longbourn che anni prima lo aveva così tanto affascinato, e si adopererà in ogni modo per riportare in lei quella vitalità ed arguzia che l'avevano caratterizzata...

La novella è molto carina e ha tenuto desto il mio interesse anche se non amo particolarmente le storie natalizie.
Il fatto che Elizabeth sia sposata con Wickham non deve dissuadere dalla lettura, in quanto del loro matrimonio ci vengono raccontati solo brevi ricordi - seppur spiacevoli - e il personaggio di George è quasi del tutto assente.
Adorabile invece il bambino, così come le scene di vita familiare a Longbourn.


Darcy è il perfetto cavaliere che corre in aiuto della donzella in pericolo, è gentile, generoso ed amabile, e con lui sulla scena si è sicuri che nulla di brutto potrà accadere.
L'autrice è stata molto brava con il personaggio di Lizzy, in particolare nel descrivere il suo ritorno alla vita e alle gioie che questa ha da offrire.
Non manca un piccolo intralcio alla felice risoluzione della vicenda, e spazio è dedicato anche alla storia tra Jane e Charles, il cui svolgimento mi è piaciuto molto.

Il finale è purtroppo piuttosto affrettato; sono sicura che se le cose tra Elizabeth e Darcy avessero avuto il giusto tempo per evolversi e se la storia fosse stata più lunga, sarebbe stata davvero un bel romanzo.

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Trama: What if Elizabeth had married George Wickham?

Five years after marrying George Wickham, Elizabeth is forced to flee. She seeks refuge with Charlotte Lucas as her family have been killed in a fire, but Charlotte is not at home . . .
Mr Darcy, having inherited Rosings on the deaths of Lady Catherine and Anne de Bourgh, finds a frightened young woman living in the parsonage. Her perfume reminds him of the Netherfield ball. But can the young woman in the parsonage really be the former Miss Elizabeth Bennet? And what will happen when he falls in love with her? 

Novella length. All the novellas in the Darcy and Elizabeth What If? series are separate, standalone stories. They can be read in any order. 

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Giudizio personale: 4/5

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The twelve days of Christmas


On the first day of Christmas
my true love sent to me:
a Partridge in a Pear Tree.

On the second day of Christmas
my true love sent to me:
two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the third day of Christmas
my true love sent to me:
three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the fourth day of Christmas
my true love sent to me:
four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the fifth day of Christmas
my true love sent to me:
five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the sixth day of Christmas
my true love sent to me:
six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the seventh day of Christmas
my true love sent to me:
seven Swans a Swimming
Six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the eighth day of Christmas
my true love sent to me:
eight Maids a Milking
Seven Swans a Swimming
Six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the ninth day of Christmas
my true love sent to me:
nine Ladies Dancing
Eight Maids a Milking
Seven Swans a Swimming
Six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the tenth day of Christmas
my true love sent to me:
ten Lords a Leaping
Nine Ladies Dancing
Eight Maids a Milking
Seven Swans a Swimming
Six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the eleventh day of Christmas
my true love sent to me:
eleven Pipers Piping
Ten Lords a Leaping
Nine Ladies Dancing
Eight Maids a Milking
Seven Swans a Swimming
Six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the twelfth day of Christmas
my true love sent to me:
twelve Drummers Drumming
Eleven Pipers Piping
Ten Lords a Leaping
Nine Ladies Dancing
Eight Maids a Milking
Seven Swans a Swimming
Six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.