domenica 15 gennaio 2017

Shirley

Autrice: Charlotte Bronte
Lingua: italiano
Genere: romanzo sociale
Prima pubblicazione: 1849

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Shirley è il romanzo di Charlotte Bronte pubblicato successivamente a Jane Eyre, nel 1849. Durante la stesura, l'autrice perse il fratello Branwell e le due sorelle rimastele, Anne - autrice di Agnes Grey - ed Emily - autrice di Cime tempestose -, a cui pare siano ispirati rispettivamente i personaggi di Caroline e Shirley.
Molto probabilmente tali lutti influenzarono Charlotte durante la stesura del romanzo, che si presenta come ammantato da un velo di opprimente malinconia, ed in cui sembra che la speranza non riesca a brillare nemmeno durante gli eventi più lieti.

Dopo aver riletto e riscoperto Jane Eyre, ero molto curiosa riguardo a questo romanzo, che però purtroppo ho trovato piuttosto noioso e non molto piacevole.
La prima parte è dedicata alla descrizione di tre giovani curati alquanto sgradevoli, ed il tutto risulta molto tedioso e prolisso.
Le digressioni in generale appesantiscono tutto il romanzo, così come il continuo rivolgersi ai lettori della voce narrante.

Il personaggio il cui nome dà il titolo al romanzo, Shirley, compare a circa un terzo della storia. Inizialmente mi è piaciuto molto: si tratta di una giovane donna che ha ereditato una grossa fortuna, tra cui un opificio, e che non permette a nessuno di controllare i suoi possedimenti, facendo valere le proprie opinioni e il proprio volere in una società maschilista caratterizzata da una visione piuttosto limitata e gretta della donna.

La condizione femminile è infatti uno dei temi principali del romanzo. Molto spesso mi ha fatto arrabbiare il modo in cui i personaggi maschili parlano delle donne, ritenendole incapaci di pensiero ed azione, ed adatte solo alle faccende di casa, al ricamo e ad essere mogli ubbidienti e madri perfette.
Shirley, con il suo modo di fare e le sue parole, dà probabilmente voce all'autrice stessa, denunciando la situazione opprimente delle donne e tentando di squarciare quel velo di sessismo che soffocava - soffoca? -la parte femminile della società.
Ella, infatti, tiene testa a tutti gli uomini che vorrebbero manipolarla e rifiuta che altri scelgano chi debba sposare.
Tuttavia, a mano a mano mi è sembrata sempre più volubile ed immatura, e la sua scelta di condividere la propria vita con qualcuno che la "domasse" l'ha un po' riportata tra i ranghi delle signorine per bene dell'epoca (anche se poi il suo cedere ogni potere decisionale al marito si è dimostrato frutto di ragionamento e calcolo, piuttosto che di indolenza e fragilità).

L'altro personaggio femminile di spicco, quasi una co-protagonista di Shirley, è Caroline. Credo che
sarebbe stata la mia preferita se avessi letto il romanzo da adolescente; si tratta infatti di una ragazza timida, sensibile, alla chiara ricerca di quell'affetto che né i genitori assenti né il burbero zio hanno saputo darle.
Tuttavia, a ben guardare, anche Caroline è un personaggio molto più profondo di quel che sembri. Anche lei soffre profondamente per le limitazioni del suo sesso, vorrebbe andar via e lavorare, ma nessuno, nemmeno la sua cara amica Shirley, comprende il suo bisogno di tenersi occupata. Tutti credono che le basti semplicemente fare lunghe passeggiate, prendere il tè con dei conoscenti e ricamare, per diventare la fanciulla più felice del mondo.
Inoltre l'ho apprezzata molto quando è riuscita a tener testa alla dura Mrs Yorke (chiaro esempio di come le donne siano le peggiori nemiche delle altre donne), o quando non si è tirata indietro nel seguire Shirley alla fabbrica, andando incontro a pericoli e difficoltà.
Eppure, quel suo ammalarsi d'amore e quasi morirne l'ha riportata tra tutte quelle fragili eroine incapaci di vivere senza un uomo, o di trovare un senso alla propria esistenza al di fuori della vita matrimoniale.

Oltre a Caroline e Shirley, tantissimi altri personaggi popolano il romanzo, permettendo all'autrice di mostrarci un'istantanea della popolazione dello Yorkshire dei primi decenni dell'Ottocento.
Grazie ad essi, è possibile apprezzare lo smisurato talento di Charlotte Bronte nel penetrare l'animo umano e descrivere personaggi realistici, quasi palpabili e con caratteristiche peculiari.
Ciò è palese nella descrizione della famiglia Yorke e soprattutto della matrona.

Tra i personaggi maschili, di sicuro il più importante è Robert Moore, interesse amoroso - nonché cugino - di Caroline, imprenditore indebitato e fervente fautore della meccanizzazione. E' proprio sopratutto grazie a lui se il romanzo può focalizzarsi sulle conseguenze economiche delle guerre napoleoniche e aprire una finestra sul luddismo.


Robert non è di sicuro un eroe al pari di Rochester, è invece freddo, duro, calcolatore, tutto preso dalla sua azienda; il cambiamento avverrà solo alla fine, quando un pericolo mortale gli farà rivalutare le sue priorità (e quando, aggiungerei, si sentirà ormai al sicuro dalla bancarotta). Nonostante ciò, è un personaggio che non è riuscito a piacermi nemmeno per un attimo.
Molto diverso il fratello Louis, precettore, sensibile, ma comunque con il suo ideale di donna da "addomesticare".
Ancora, da menzionare il duro ma sensibile Mr Helstone, zio di Caroline, o il buon reverendo Hall, e tutto il pantheon di personaggi ricchi e poveri che popolano il racconto, come Hortense, le zitelle, gli operai, Martin...
Riguardo a Mrs Pryor, inizialmente l'ho trovata interessante, ma, in seguito, il fatto che si rivelasse parente di uno dei personaggi mi è sembrato forzato come la parentela tra Jane Eyre e i Rivers.

Il finale mi è parso, se non scontato, quanto meno poco emozionante. Mi aspettavo la morte di uno dei personaggi a cui, pare, la scrittrice avesse pensato, cambiando però idea dopo la scomparsa della sorella Anne.


Curiosità: ai tempi della prima pubblicazione il romanzo ebbe così tanto successo che Shirley, nome fino ad allora maschile, divenne per lo più femminile. Inoltre, il nome da nubile di Mrs Pyor è Agnes Grey, come quello della protagonista del romanzo di Anne Bronte.

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Trama: Yorkshire, inizio Ottocento. Shirley, giovane donna ricca e caparbia, si trasferisce nel villaggio in cui ha ereditato un vasto terreno, una casa e la comproprietà di una fabbrica. Presto fa amicizia con Caroline, orfana e nullatenente, praticamente il suo opposto. Caroline è innamorata di Robert Moore, imprenditore sommerso dai debiti, spietato con i dipendenti e determinato a ristabilire l’onore e la ricchezza della sua famiglia, minati da anni di cattiva gestione. Pur invaghito a sua volta della dolce Caroline, Robert è conscio di non poterla prendere in moglie: la ragazza è povera, e lui non può permettersi di sposarsi solo per amore. Così, mentre da una parte Caroline cerca di reprimere i suoi sentimenti per Robert – convinta che non sarà mai ricambiata –, dall’altra Shirley e il suo terreno allettano tutti gli scapoli della zona. Ma l’ereditiera prova attrazione per un insospettabile…
Shirley si inserisce nel grande filone del romanzo sociale inglese di inizio Ottocento: i suoi personaggi vivono gli avvenimenti storici dell’epoca – le guerre napoleoniche e le lotte luddiste –, facendo i conti con le contraddizioni del progresso industriale e offrendo spunti di riflessione sul lavoro, sul matrimonio e sulla condizione della donna.

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Giudizio personale: 3/5

sabato 7 gennaio 2017

Jane Eyre

Autrice: Charlotte Bronte
Lingua: italiano
Genere: classico / romance / romanzo sociale / romanzo di formazione
Prima pubblicazione: 1847

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Jane Eyre è uno di quei romanzi che ho letto innumerevoli volte da piccola. Allora non era uno dei miei favoriti - gli preferivo di gran lunga Il ritratto di Dorian Gray - e gli eventi che più colpivano la mia fantasia erano quelli ambientati a Gateshead e Lowood.         Rileggere il romanzo è stata una vera e propria riscoperta; mi è piaciuto tantissimo (a parte qualche forzatura, come la parentela con i Rivers) e soprattutto ho apprezzato molto la protagonista Jane, un'eroina appassionata, affamata di vita e insofferente alla staticità e alla vita "tranquilla" tanto agognata da molti.

Le descrizioni di luoghi e caratteri sono così vivide e chiare che, nel primo caso, palazzi si ergono solidi e paesaggi si estendono palpitanti davanti agli occhi del lettore, nel secondo ci si meraviglia di come una penna possa penetrare così profondamente l'animo umano (caratteristica, questa, secondo me ancora più lampante in Shirley).


La storia di Jane prevede varie "tappe", per ognuna delle quali è determinante un caratteristico luogo: 



- Gateshead è il primo posto significativo del romanzo, che contiene già nel suo nome, "gates", "cancelli", il senso di prigionia e di oppressione che la piccola protagonista prova nella casa di uno zio morto troppo presto e di una zia fermamente decisa ad esserle ostile. In quel luogo la piccola resta fino ai dieci anni, maltrattata psicologicamente e fisicamente da tutti i membri della famiglia e dalla servitù, eccetto qualche sporadica manifestazione di affetto dalla bambinaia Bessie.

A raccontare è la stessa Jane, e, mentre ho provato pietà e simpatia nei confronti della piccola, qualcosa nel tono della protagonista narratrice ormai adulta mi ha invece infastidito.

Ricordo che anche da ragazzina non mi piaceva la parte iniziale del racconto, ambientata a Gateshead e poi a Lowood, per quell'immane senso di ingiustizia che si respira e quella incredibile crudeltà di cui possono essere capaci gli adulti nei confronti di creature così inermi e bisognose di affetto come i bambini.
Ma anche da piccola Jane dimostra tutto il suo acume e la sua passionalità. Adoro le risposte che dà al farmacista prima e al signor Brocklehurst poi, in cui rivela anche tutta la sua ingenuità di bambina e il suo desiderio di affetto. E' però nel suo confronto con la zia Reed che vediamo davvero divampare le fiamme del suo animo, in una delle scene più belle e soddisfacenti del romanzo.
In questa prima parte, inoltre, si pone molto l'accento sulla mancanza di bellezza della piccola Jane, che, se fosse stata più graziosa, probabilmente sarebbe stata trattata meglio. E' un concetto ripetuto più volte, e fa riflettere sul pregiudizio e sull'importanza che l'aspetto fisico aveva già nel XIX secolo.



- Lowood ("low", "basso"), è il secondo luogo significativo per Jane Eyre, quella scuola tanto agognata, che le dà la speranza di trovare un posto migliore dopo Gateshead. Questa è la parte della storia che più colpiva la mia immaginazione da piccola, tanto che avevo del tutto dimenticato ciò che di buono comunque la protagonista trova nella sua nuova casa, tutto spazzato via da capelli da tagliare perché troppo ricci e lunghi e da cibo scarso e aria malsana.
Lowood ci mostra ancora una volta la malvagità e l'ipocrisia degli uomini, in primis quelle del signor Brocklehurst, che riversa tutto il suo sadismo su bambine inermi e abbandonate, mentre palesemente, nella sua casa e all'interno della sua famiglia, le regole tanto sbandierate nella scuola non trovano alcuna applicazione. Tuttavia, per fortuna, l'universo degli adulti non è fatto solo di malvagità ed incoerenze: a Lowood Jane incontra infatti anche la sovrintendente Miss Temple, vera e propria luce in un luogo che altrimenti sarebbe stato fagocitato dall'oscurità. Ed inoltre la piccola protagonista conosce finalmente l'affetto e la complicità delle sue coetanee, in particolare quelli di Helen, uno dei personaggi più commoventi che abbia mai incontrato in un romanzo.

E' facile scorgere nella vicenda, quella personale di Charlotte Bronte, la morte delle due sorelline maggiori in una scuola che, probabilmente, non doveva essere molto diversa da Lowood.
Anche di fronte a mille avversità, Jane - e forse Charlotte stessa - non si fa piegare: rieccola, a soli diciotto anni, affamata del mondo e della vita, trascinata da quel fuoco che non ha mai abbandonato la sua anima, nella nuova pagina della sua storia:



- Thornfield ("thorns", "spine"), la dimora di proprietà di quel signor Rochester che le cambierà la vita.
E' questa la parte più lunga e bella del romanzo, che prevede anche una sortita a Gateshead che chiude il cerchio di quella parte della storia (mi sarei aspettata un destino peggiore per le cugine Reed, ma la Bronte è stata piuttosto buona con loro).

Qui, a mio parere, le descrizioni raggiungono il loro massimo in quanto a bellezza e plasticità; a tal proposito, l'autrice è molto brava a mostrarci una Thornfield quasi perennemente in penombra, che si riempie poi di vita e di luce in occasione dell'arrivo degli ospiti del signor Rochester (sembrava quasi di essere in un altro romanzo), per poi trasformarsi, alla fine, in una rovina grigia e arida.

Per quanto riguarda il protagonista maschile, il signor Rochester, è stato una bella sorpresa: ricordavo un personaggio piuttosto burbero ed anche violento, che non avrei mai potuto considerare piacevole. ed invece ho riscoperto una figura molto umana, capace di smisurato amore e tenerezza, forte e orgogliosa, pur se con alcuni eccessi verbali che non gradisco mai.
La sua storia con Jane è a tratti molto dolce; i suoi sentimenti lo rendono vulnerabile e fragile di fronte al suo "elfo" piccolo e pallido.

Una delle scene più belle è probabilmente quella che si svolge subito dopo lo scongiurato incendio nella camera da letto del signor Rochester, il quale si trova messo a nudo sentimentalmente dinanzi alla sua salvatrice e non vorrebbe più lasciarla andare.
Jane, dal canto suo, una volta liberatasi della disciplina di Lowood, può finalmente esprimere di nuovo se stessa, con tutta la sua passionalità e caparbietà, il suo carattere risoluto e anche ingenuamente impertinente.



- La parte che concerne Withcross ("cross", "incrocio") e Marsh End ("end", fine") è invece, secondo me, quella più brutta e meno riuscita.
L'inizio è penoso come nemmeno gli eventi di Gateshead e Lowood hanno saputo essere, e c'è una casualità troppo forzata nell'arrivo di Jane proprio a Moor House (anche se, il fatto che la protagonista abbia preso quella strada solo perché in ombra, rispetto alle altre assolate, quasi giustifica il tutto).

Il personaggio di St. John non mi è piaciuto per niente. Da tutti considerato un brav'uomo, puro, addirittura, mi è sembrato invece solo pieno di sé, presuntuoso, dal linguaggio apparentemente forbito, ma per lo più vacuo e tronfio.
Interessante è il suo rapporto con Jane, che mi sembra quanto mai attuale. L'uomo, infatti, ha un carattere coercitivo ed esigente e Jane, pur avendo dimostrato più volte di essere forte e risoluta, si ritrova schiacciata dalla sua personalità e sottomessa a tutti i suoi comandi. Almeno fino a quando non prende coscienza del fatto che con lui non potrà mai più essere se stessa, non potrà mai più ridere, né amare, né pensare, probabilmente. In tal modo St. John è portatore di una violenza diversa e ben peggiore di quella del signor Rochester, ed è stato molto penoso leggere le scene di dialogo che lo vedevano protagonista. Egli vuole da Jane una "sottomissione totale". L'ho trovato odioso, e mi è spiaciuto che alla fine si sia dato così tanto spazio al suo personaggio.
Eppure probabilmente è proprio lui a "risvegliare" la vera Jane, e a darle quella spinta e quelle motivazioni che le permetteranno di cercare Rochester.



- Le scene a Ferndean ("ferns", "felci") sono alcune tra le più belle. Ho adorato l'incontro tra i protagonisti, la presentazione del "nuovo" Rochester, il rapporto tra i due, e mi hanno fatto spesso sorridere le irriverenti risposte di Jane (soprattutto quel suo "Perché ci sto comoda").

Un finale lieto non era del tutto scontato per una storia del genere, ma, per quanto mi riguarda, è del tutto benvenuto.

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Quarta di copertina: Jane Eyre è il capolavoro di Charlotte Brontë, l’affresco vivissimo di un’epoca e di una società, la storia di una proposta d’amore inaccettabile dal punto di vista della morale corrente ma che innesca il tormento della passione e la conseguente repressione. Potente figura femminile, l’eroina del romanzo ha ispirato numerose versioni cinematografiche. Cenerentola priva del candore della fiaba, Jane è la piccola governante che affascina e poi sposa il suo padrone, né bella né attraente secondo i canoni ottocenteschi della femminilità, forse ignara delle arti sottili della seduzione, ma animata da una volontà incrollabile che travolge ogni ostacolo e la preserva immune dalle tentazioni disseminate sull’aspro cammino che conduce alla realizzazione di sé come donna.

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Giudizio personale: 5/5

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Una delle prime trasposizioni cinematografiche di Jane Eyre in sonoro è del 1943. La regia fu affidata a Robert Stevenson, e tra gli sceneggiatori spicca il nome di Aldous Huxley. 
Oggi fa sorridere il titolo scelto per la versione italiana, "La porta proibita", così come gli adattamenti dei nomi dei personaggi, tra tutti, "il signor Eduardo della Romita" per Edward Rochester di Thornfield.

La pellicola ha tutto il fascino dei vecchi film in bianco e nero, e all'inizio mi è piaciuto molto: pur con alcune differenze rispetto alla storia originale, sembrava comunque saper cogliere l'essenza del romanzo.


Le bambine che vi recitano sono tutte molto brave; si riconosce una giovanissima Elizabeth Taylor nel ruolo di Helen, mentre la piccola Margaret O'Brien è un'adorabile Adele.


Col proseguire della storia, però, il mio entusiasmo è andato sempre più scemando, soprattutto a causa dei due protagonisti e della loro relazione.

Jane, interpretata da Joan Fontaine, non ha quasi nulla del personaggio di Charlotte Bronte: non ha passionalità né schiettezza, ed è fin troppo languida e svenevole.
Il signor Rochester, a cui presta il volto Orson Wells, con le sue entrate a effetto mi faceva pensare a un moderno super eroe, e sono state stressate troppo tutte le caratteristiche più dure del suo carattere, lasciando ben poco spazio alla tenerezza.



La storia tra i due, infine, non è riuscita ad appassionarmi nemmeno un po', nasce quasi all'improvviso, e mentre lei non fa altro che guardare di continuo lui con i suoi occhi languidi, da parte di Eduardo non mi sembra ci sia nulla, a parte le parole, a testimoniare il suo grande amore.

Alla storia mancano tutti gli eventi di Marsh End, compresa la questione dell'eredità, immagino per esigenze di tempo.
Il finale è abbastanza insipido.

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Nel 2006 la BBC ha trasposto in una miniserie di 4 episodi il romanzo di Charlotte Bronte, con l'omonimo titolo Jane Eyre.
Ero molto impaziente di guardare questa produzione, che però, purtroppo, non mi è piaciuta.

Per quanto riguarda il cast, ho apprezzato solo la scelta di Ruth Wilson quale protagonista, l'ho trovata molto amabile e adatta alla parte. L'attrice che interpreta Jane da piccola, invece, non è per niente esile, pallida o brutta, come avrebbe dovuto essere, ma si tratta piuttosto di una bella bambina robusta. Parimenti, mi aspettavo un Rochester meno avvenente e giovane: Toby Stephens, che lo interpreta, non è per niente brutto, e non sembra affatto avere vent'anni più della sua coprotagonista.

Georgie Henley (Jane bambina) - Christina Cole (Blanche) - Cosima Littlewood (Adele)
Ancora, la bambina che interpreta Adele è troppo grande per il ruolo; Christina Cole, perfetta nei panni di Augusta Elton in Emma, è una Blanche sì bella, ma il suo aspetto e i suoi modi stressano troppo il fatto che non si tratti di un personaggio "buono", cosa che invece lo spettatore, secondo me, avrebbe dovuto capire dalle sue azioni. Infine, Claudia Coulter è una Bertha per niente scarmigliata e, a prima vista, nemmeno folle, mentre il personaggio della signora Fairfax è troppo spigoloso e per nulla materno.

La storia procede troppo spedita, le scene ambientate a Gateshead e Lowood occupano solo i primi 15 minuti, forse perché si aveva fretta di inserire quanto prima il personaggio del signor Rochester e catturare l'attenzione degli spettatori che non avevano familiarità con il romanzo.
A questo proposito, mi piacerebbe conoscere l'opinione di questa fetta di pubblico, perché ho avuto l'impressione che la storia, così come è costruita, possa almeno in alcuni punti risultare non molto chiara a chi non la conosce.
Una scena che mi è piaciuta molto, però, è stata quella in cui Rochester dà dei soldi a Jane prima della partenza di questa per Gateshead. E' stata molto aderente al romanzo e i due protagonisti sono stati molto dolci.
Vi sono anche delle scene romantiche tra i due, alcune non presenti nella storia originale, ma non per questo sgradevoli.


La parte della storia ambientata a Marsh End è la peggiore. I personaggi di Diana e Mary sembrano due svampite, Andrew Buchan, che interpreta St. John, non è affatto un Apollo greco, e non credo che il suo personaggio sia così odioso come appare nel romanzo; Georgia King, ovvero Rosamond Oliver, non si avvicina nemmeno alla bellezza che avrebbe dovuto essere.

A mio parere l'episodio più bello è stato il terzo, il peggiore, invece, il quarto.
Una trasposizione abbastanza deludente, quindi, che credo non guarderò una seconda volta, anche se alla fine non si può fare a meno di affezionarsi ai protagonisti.

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L'ultima trasposizione in ordine di tempo è quella risalente al 2011, con Mia Wasikowska nel ruolo di Jane e Michael Fassbender in quello di Mr Rochester.
E' sicuramente una produzione di tutto rispetto, e mi è piaciuto molto il fatto di cominciare a raccontare la storia partendo dalla fuga di Jane da Thornfield, includendo così Withcross e Marsh End, per poi andare a ritroso nel tempo.
Ho apprezzato anche il fatto che non si facesse cenno della parentela con i Rivers, coincidenza che oggi può risultare abbastanza tirata per i capelli.
Mia Wasikowska è una Jane abbastanza bruttina, ma, ancora, il suo personaggio non è Jane Eyre, o, almeno, non lo è del tutto. Questa Jane è cupa, malinconica, non ha nulla della ingenua sfrontatezza del personaggio originale, né della sua passionalità. Dove sono finiti i suoi irriverenti scambi di battute con Rochester?
Inoltre, anche la storia d'amore non è per niente coinvolgente, anzi, a tratti non sembra nemmeno una storia d'amore.
Di sicuro un film da vedere per i suoi innumerevoli pregi - regia, fotografia, Judi Dench nel ruolo di Mrs Fairfax -, ma che non mi ha soddisfatto appieno.


venerdì 6 gennaio 2017

Aggiornamenti



Aggiunte opinioni sul lungometraggio La regina delle nevi, tratto dall'omonima fiaba di H.C. Andersen.

martedì 27 dicembre 2016

Twelve days of Christmas

Autrice: Jennifer Lang
Sottotitolo: Darcy and Elizabeth What if? #5
Lingua: inglese
Genere: romance / natalizio
Prima pubblicazione: ottobre 2014

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Twelve days of Christmas è una variation natalizia di Orgoglio e Pregiudizio.
In essa l'autrice immagina che Lizzy, dopo cinque terribili anni di matrimonio con Wickham, scappi con il suo bambino ad Hunsford, speranzosa di trovarvi Charlotte e di ricevervi aiuto ed amicizia.
Una volta accortasi che la canonica è invece disabitata, vi si stabilisce temporaneamente con il suo piccolo.


Darcy, nel frattempo rimasto vedovo di Anne, notati degli inaspettati inquilini, decide di aiutarli lasciando ogni mattina sulla soglia un cesto, il cui contenuto si ispira alla famosa canzone natalizia inglese "Twelve days of Christmas", che dà il titolo alla storia.
Solo dopo qualche giorno si renderà conto che la misteriosa donna è in realtà quella Elizabeth di Longbourn che anni prima lo aveva così tanto affascinato, e si adopererà in ogni modo per riportare in lei quella vitalità ed arguzia che l'avevano caratterizzata...

La novella è molto carina e ha tenuto desto il mio interesse anche se non amo particolarmente le storie natalizie.
Il fatto che Elizabeth sia sposata con Wickham non deve dissuadere dalla lettura, in quanto del loro matrimonio ci vengono raccontati solo brevi ricordi - seppur spiacevoli - e il personaggio di George è quasi del tutto assente.
Adorabile invece il bambino, così come le scene di vita familiare a Longbourn.


Darcy è il perfetto cavaliere che corre in aiuto della donzella in pericolo, è gentile, generoso ed amabile, e con lui sulla scena si è sicuri che nulla di brutto potrà accadere.
L'autrice è stata molto brava con il personaggio di Lizzy, in particolare nel descrivere il suo ritorno alla vita e alle gioie che questa ha da offrire.
Non manca un piccolo intralcio alla felice risoluzione della vicenda, e spazio è dedicato anche alla storia tra Jane e Charles, il cui svolgimento mi è piaciuto molto.

Il finale è purtroppo piuttosto affrettato; sono sicura che se le cose tra Elizabeth e Darcy avessero avuto il giusto tempo per evolversi e se la storia fosse stata più lunga, sarebbe stata davvero un bel romanzo.

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Trama: What if Elizabeth had married George Wickham?

Five years after marrying George Wickham, Elizabeth is forced to flee. She seeks refuge with Charlotte Lucas as her family have been killed in a fire, but Charlotte is not at home . . .
Mr Darcy, having inherited Rosings on the deaths of Lady Catherine and Anne de Bourgh, finds a frightened young woman living in the parsonage. Her perfume reminds him of the Netherfield ball. But can the young woman in the parsonage really be the former Miss Elizabeth Bennet? And what will happen when he falls in love with her? 

Novella length. All the novellas in the Darcy and Elizabeth What If? series are separate, standalone stories. They can be read in any order. 

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Giudizio personale: 4/5

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The twelve days of Christmas


On the first day of Christmas
my true love sent to me:
a Partridge in a Pear Tree.

On the second day of Christmas
my true love sent to me:
two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the third day of Christmas
my true love sent to me:
three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the fourth day of Christmas
my true love sent to me:
four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the fifth day of Christmas
my true love sent to me:
five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the sixth day of Christmas
my true love sent to me:
six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the seventh day of Christmas
my true love sent to me:
seven Swans a Swimming
Six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the eighth day of Christmas
my true love sent to me:
eight Maids a Milking
Seven Swans a Swimming
Six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the ninth day of Christmas
my true love sent to me:
nine Ladies Dancing
Eight Maids a Milking
Seven Swans a Swimming
Six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the tenth day of Christmas
my true love sent to me:
ten Lords a Leaping
Nine Ladies Dancing
Eight Maids a Milking
Seven Swans a Swimming
Six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the eleventh day of Christmas
my true love sent to me:
eleven Pipers Piping
Ten Lords a Leaping
Nine Ladies Dancing
Eight Maids a Milking
Seven Swans a Swimming
Six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

On the twelfth day of Christmas
my true love sent to me:
twelve Drummers Drumming
Eleven Pipers Piping
Ten Lords a Leaping
Nine Ladies Dancing
Eight Maids a Milking
Seven Swans a Swimming
Six Geese a Laying
Five Golden Rings
Four Calling Birds
Three French Hens
Two Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree.

mercoledì 21 dicembre 2016

Sense and sensibility

Autrice: Crystal S. Chan
Disegnatore: Po Tse
Lingua: inglese
Genere: manga / romanzo
Prima pubblicazione: agosto 2016

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Nel corso degli ultimi mesi ho letto varie trasposizioni di classici in manga della Udon, e purtroppo Sense and sensibility è quello che mi è piaciuto meno.

La storia racconta delle due eroine austeniane, le sorelle Elinor e Marianne, che, a causa della morte del padre e della successiva indifferenza del fratellastro, sono costrette, con la madre e la sorellina minore, a lasciare la casa in cui sono cresciute e a trasferirsi in un cottage nel Derbyshire.
Entrambe soffriranno per amore: la prima, a causa dei suoi sentimenti per Edward, impegnato con un'altra; la seconda, per l'affascinante ma malandrino Willoughby.


Come suggerisce il titolo, le protagoniste, ma non solo, si confronteranno con la ragione e con il sentimento, che spesso suggeriranno loro strade diverse da seguire...

Il manga si presenta bene, la storia è sicuramente curata, ma manca di appeal e di mordente: ho impiegato quasi un mese per terminarlo perché per ben due volte ho dimenticato che lo stavo leggendo!
Il risultato è piuttosto scialbo, e non aiutano i piccoli cambiamenti o le aggiunte dovuti al diverso mezzo di comunicazione, nonché alla volontà di raggiungere un ampio pubblico, fatto anche di lettori a digiuno di Jane Austen.


Riguardo al disegno, il mangaka è lo stesso di Emma, Po Tse. Alcune tavole sono molto belle, soprattutto quelle di più ampio respiro, mentre spesso Marianne o Willoughby mi hanno fatto pensare con piacere ai vecchi cartoni animati degli anni '80.


Per ammissione dello stesso mangaka, la resa grafica dei personaggi è piuttosto stereotipata: la passionale Marianne ha i capelli ricci, così come Willoughby, la cui natura disonesta è però segnalata da un occhio coperto da alcune ciocche; capelli lisci invece per la più ragionevole Elinor e per Edward, il cui volto tra l'androgino e l'infantile sottolinea il suo carattere almeno inizialmente piuttosto passivo e la sua natura sensibile.
Le sorelle Steele, in quanto "cattive" della storia, sono invece piuttosto brutte e quasi caricaturali.


Purtroppo nessuno tra i personaggi maschili è affascinante. Mi aspettavo una realizzazione visiva migliore del Colonnello Brandon, che è probabilmente il mio preferito, ma sono stata largamente delusa.
Mi è invece piaciuta molto la resa di Mrs Dashwood, che mi ha ricordato il suo corrispettivo in carne ed ossa dell'ultima serie tv della BBC, e simpatici sono stati Mrs Jennings e Sir Middleton.


Come per gli altri volumi, ho apprezzato molto gli afterwards finali dal team creativo, gli sketch dei personaggi, e soprattutto le notizie storiche, in cui si chiariscono alcuni usi e costumi dell'epoca per rendere più comprensibile il racconto e le scelte dei personaggi.

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Trama: Impulsive Marianne Dashwood and cautious Elinor are as different as two sisters could be, yet both are shattered by their father's sudden Death. Elinor's attachment to the reserved Edward Ferrars is torn asunder by family opposition and his own dark secret, while Marianne's brilliant romance with the dashing John Willoughby comes to a tumultuous end in a devastating public betrayal. Can the two sisters overcome these trials to find true, lasting happiness?

Jane Austen's beloved first novel, filled with romance, redemption and social critique, is brought to life for a modern audience in this gorgeous manga-style adaptation!

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Giudizio personale: 3/5

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domenica 18 dicembre 2016

Compulsively Mr Darcy

Autrice: Nina Benneton
Lingua: inglese
Genere: romance
Prima pubblicazione: febbraio 2012

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Compulsively Mr Darcy è un retelling in chiave moderna di Orgoglio e pregiudizio, o, per meglio dire, è un romanzo che si ispira a quello austeniano, in quanto non segue molto da vicino la vicenda originale e alcuni personaggi sono solo abbozzati.

La storia non è male, e a tratti si presenta anche piacevole e divertente, ma la sovrabbondanza di scene di sesso esplicito ad un certo punto mi ha disgustata. Se avessi voluto leggere un erotico avrei scelto altro.


In questo romanzo Elizabeth è un medico specializzato in malattie infettive e lavora come volontaria in un ospedale di Da Nang, in Vietnam. E' proprio lì che incontra Darcy, volato in Oriente per accompagnare, insieme a Charles e Caroline, gli Hurst che vogliono adottare un bambino dall'orfanotrofio gestito dai Gardiner, e di cui si occupa temporaneamente Jane.

Questa prima parte è la migliore dell'intero romanzo: mi piace la location, mi piace Elizabeth con il suo carattere solare e la sua abnegazione verso gli altri, trovo divertente il fatto che pensi che Darcy sia povero e gay, in coppia con Charles, e che la sua attrazione nei confronti dell'uomo non sarà mai ricambiata.

Le cose per i nostri protagonisti procedono piuttosto velocemente, e la coppia è riunita molto prima della metà del romanzo, a partire dalla quale cominciano le incursioni in camera da letto. O al telefono. O in bagno. O in ospedale... peraltro narrate in modo piuttosto squallido e veramente inelegante.

Le idee alla base della storia sono buone, ma sembra che l'autrice voglia fare di tutto per rovinare anche quel poco che c'è di gradevole nel romanzo.
Partiamo dai personaggi.
Il fatto che Elizabeth sia un medico è una piacevole novità, ma, soprattutto quando l'azione si sposta negli Stati Uniti, pare che tutto ciò che le abbia lasciato la sua istruzione superiore si esaurisca tra le mura dell'ospedale: Elizabeth non sa comportarsi in pubblico, non ha interessi, è a digiuno di qualsiasi nozione che non riguardi la medicina, anche dopo aver sposato un miliardario è così attenta al risparmio da rasentare il ridicolo. Il personaggio tende anche ad evidenziare tali aspetti della sua personalità con orgoglio, quasi che l'autrice voglia dirci che chiunque non sia nato nell'Upper East side non possa essere sofisticato ed elegante.


Darcy, come ci suggerisce il titolo, è affetto da un disordine ossessivo compulsivo. All'inizio del
romanzo sembra avvicinarsi al suo corrispettivo cartaceo, per i suoi modi alteri e orgogliosi e la sua attenzione nei confronti dell'amico Charles. Successivamente, l'autrice si focalizza maggiormente sul suo problema. Non si tratta di un brutto personaggio, ma a volte ho trovato il suo desiderio di controllare gli altri, e soprattutto Elizabeth, soffocante e morboso.

Jane è carina, ma compare molto poco, così come Charles, che non mi è piaciuto. Il suo essere affetto da ADHD pare esclusivamente un espediente affinché i due protagonisti principali si incontrino.
La storia tra la maggiore delle Bennet e Bingley è solo abbozzata in un paio di righe alla fine della storia.

Mr Collins è il personaggio che mi ha deluso di più. Fa purtroppo una rapidissima comparsa quale nuovo investigatore dell'orfanotrofio, ma il suo incontro con la Charlotte di turno è quasi subitaneo, così come la sua uscita di scena.

Anne de Burgh, cugina acquisita di Darcy, inizialmente non mi è dispiaciuta affatto. Piuttosto bruttina, ahimè, si rivela anche uno dei "cattivi" della storia, decisa, sotto la spinta della matrigna Catherine, a sposare Darcy e ad estromettere l'altro cugino, Fitzwilliam, dall'azienda di famiglia (secondo un ragionamento che non sembra però molto logico).


Ma ad un certo punto entra in scena il bondage. Perché? Perché raccontarmi che Anne sembra un uomo, ha i baffi, e poi descrivermi le sue foto bondage? Ma soprattutto, perché inserirlo in un romanzo del genere?
Stesso discorso per la pornografia infantile: Georgiana e Lydia sono dei personaggi così carini (soprattutto la seconda, una vivace ragazzina di sedici anni piena di vita), perché volerli "sporcare", anche se alla fine tutto si risolve per il meglio?
L'ultima parte del romanzo, quella che appunto riguarda la questione della pornografia, sembra appiccicata lì quasi a caso, avulsa dal resto della storia ormai appesantita, solo per dare a Darcy l'occasione di salvare Lydia e per inserire all'ultimo momento il personaggio di Wickham.

Tirate le somme, Compulsively Mr Darcy è un romanzo che non consiglierei, tranne che per la prima parte, piuttosto fresca ed originale.

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Trama: For anyone obsessed with Pride & Prejudice, it's Darcy and Elizabeth like you've never see them before

This modern take introduces us to the wealthy philanthropist Fitzwilliam Darcy, a handsome and brooding bachelor who yearns for love but doubts any woman could handle his obsessive tendencies. Meanwhile, Dr. Elizabeth Bennet has her own intimacy issues that ensure her terrible luck with men.

When the two meet up in the emergency room after Darcy's best friend, Charles Bingley, gets into an accident, Elizabeth thinks the two men are a couple. As Darcy and Elizabeth unravel their misconceptions about each other, they have to decide just how far they're willing to go to accept each other's quirky ways...

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Giudizio personale: 3/5

sabato 26 novembre 2016

Ghost summer: stories

Autrice: Tananarive Due
Lingua: inglese
Genere: racconti brevi / horror / paranormale
Prima pubblicazione: settembre 2015

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Ghost summer: stories è un volume che avevo richiesto dalla sezione "Comics & Graphic Novels" di NetGalley, per avere qualcosa di leggero e in tema da leggere in occasione di Halloween. E' stato quindi con disappunto che ho scoperto trattarsi invece di una cospicua antologia di racconti, che mi ha preso ben più di qualche pomeriggio di fine ottobre.

L'autrice delle storie è Tananarive Due, una scrittrice che non conoscevo, ma che sono stata felice di scoprire. Il suo stile, infatti, è scorrevolissimo e piacevole e mi ha spinto a leggere una pagina dopo l'altra anche quando il racconto mi sembrava noioso.
L'autrice è molto brava nel dare la sensazione che qualcosa (di brutto, per lo più), stia per accadere, e dà il massimo negli scenari post-apocalittici.

Spesso le storie terminano con un finale aperto, lasciandoci chiedere cosa potrebbe accadere dopo: il nonno trasformato in zombie ucciderà l'amato nipotino, o sarà quest'ultimo a sparargli? Il bimbo rimasto solo al mondo riuscirà a sopravvivere? Troverà qualcun altro come lui?
Di solito trovo questa scelta irritante e insoddisfacente, ma in questo caso credo sia piuttosto azzeccata, permeando di un ulteriore alone di mistero gli eventi, e lasciando che l'immaginazione del lettore contribuisca a rendere più o meno horror l'atmosfera.


Mi è piaciuto molto, inoltre, che la scrittrice abbia spesso usato storie di fantasmi o di eventi soprannaturali di altro genere per parlare della segregazione razziale e della paura del diverso. Tananrive Due è, infatti, un'autrice afroamericana, probabilmente la prima di cui abbia letto qualcosa, e proprio attraverso i suoi racconti mi sono accorta di quanto la mia mente fosse "impostata" su un mondo di bianchi: non ho potuto fare a meno, infatti, di immaginare la bambina di "Like daughter" con i boccoli biondi e la carnagione chiara, prima di scoprire che si trattava di una un'adorabile bimba nera con i vestiti da principessa.
Se Ghost summer: stories ha contribuito ad aprirmi un po' la mente, allora sono ben contenta di averlo letto.


Di seguito, un breve commento su ogni racconto:

- The lake: un lago misterioso in cui è proibito nuotare, un'insegnante di Boston che si scopre invece attratta dall'acqua... La descrizione del luogo, un sonnacchioso paesino americano, mi è piaciuta molto, mentre ciò che accade alla protagonista è piuttosto prevedibile.

- Summer: una strana possessione si verifica solo d'estate e solo nei confronti di bambini piccoli... Anche questo piuttosto prevedibile, ma ancora una volta belle le descrizioni e lo stile, e il fatto che ci sia un "sovvertimento" delle tradizionali regole del gioco.


- Ghost summer: un bambino è deciso a sfruttare la sua ultima estate prima dell'adolescenza per scovare finalmente dei fantasmi, ma trova ben più di quanto avesse sperato... Molto lungo e per gran parte noioso. Ci sono dei passaggi dalla prima alla terza persona che immagino saranno corretti nell'edizione definitiva.

- Free Jim's mine: una schiava e un nativo americano scappano per trovare la libertà, ma le cose non andranno come sperato... Al di là del soprannaturale, il racconto riesce a rievocare il tempo della schiavitù negli Stati Uniti, dove per alcune persone la libertà sarebbe rimasta solo un sogno.

- Knowing: una donna riesce a predire il giorno in cui le persone moriranno solo guardandole, ma in un impeto di rabbia ha fatto lo stesso con il suo bambino... Racconto molto evocativo, bellissime le cose che dice il piccolo sul senso della vita.

- Like daughter: una donna con un passato di abusi alle spalle sceglie di clonarsi, per dare a se stessa l'esistenza che avrebbe sempre voluto, ma il suo progetto finisce per rovinare più di una vita... E' il racconto che mi ha fatto pensare che leggerei volentieri un romanzo drammatico di Tananarive Due.

- Aftermoon: a New York un medico cura i problemi estetici dei licantropi... Noioso di per sé, ma  significativo per quanto riguarda la questione della diversità.

- Trial day: una bimba cerca di salvare il suo amato fratellastro ricorrendo alle arti magiche della madre... Un racconto sul razzismo e sull'anima magica degli Stati Uniti.

- Patient zero: un bimbo è tenuto in isolamento in quanto paziente zero di una malattia che sconvolgerà il mondo... Straziante, di sicuro la storia più bella.

- Safe word: in un mondo sconvolto dalla minaccia zombie, un nonno tenta di mettere in salvo l'amato nipotino... E' uno dei racconti dal finale aperto, molto commovente.

- Removal order: insieme con i due racconti successivi, fa parte di una trilogia. In un mondo stravolto da una febbre mortale, una ragazza sceglie di restare indietro nella cittadina ormai deserta per prendersi cura della nonna malata di cancro... Molto commovente.


- Herd immunity: la protagonista del racconto precedente tenta di raggiungere un posto sicuro e si imbatte in un altro viaggiatore che crede immune come lei... Il peggiore tra i tre.

- Carriers: parte finale della trilogia. Il mondo ha ormai vinto la battaglia contro l'agente patogeno che ne minacciava la sopravvivenza, ma molto male è stato fatto ai carriers quando qualsiasi cosa sembrava lecita... E' molto triste e amaro, anche se termina con un finale lieto.

- Senora suerte: l'uomo più sfortunato del mondo incontra la Fortuna... non noioso, ma nemmeno uno dei migliori.

- Vanishings: una bimba ammalata sta a poco a poco "sparendo" dalla vita... E' un racconto sulla morte, più che sul soprannaturale, mi è sembrato un po' fuori contesto.

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Trama: Whether weaving family life and history into dark fiction or writing speculative Afrofuturism, American Book Award winner and Essence bestselling author Tananarive Due’s work is both riveting and enlightening. 

In her debut collection of short fiction, Due takes us to Gracetown, a small Florida town that has both literal and figurative ghost; into future scenarios that seem all too real; and provides empathetic portraits of those whose lives are touched by Otherness. Featuring an award-winning novella and fifteen stories—one of which has never been published before—Ghost Summer: Stories is sure to both haunt and delight.

With an Introduction by Nalo Hopkinson and an Afterword by Steven Barnes.

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Giudizio personale: 3/5